Estetica del silenzio

Come nella musica o nella poesia, silenzio e parola concertano insieme l’eloquenza, la ricchezza espressiva del discorso.

Nel silenzio erompono forme espressive inconsapevoli e il corpo va assumendo figure, un linguaggio singolare eppure eloquente, riconoscibile all’altro, perturbante: il volto, lo sguardo, i gesti, il movimento.

Le figure mute, nel dialogare l’interiorità del discorso, interrogano e svelano, eppure sviano le parole dette: desiderano.

In silenzio: la reminiscenza infantile nel corpo, suggestionato dalla presenza e dalla vicinanza dell’altro, converge nelle manifestazioni di un’esistenza arcaica, originaria, sacrale e rituale, pre-simbolica e pre- individuale. Allo stesso modo, nelle figure del silenzio, il bisogno, l’eccitazione, la frustrazione intollerabile, il rifiuto, la rabbia, il desiderio, l’attesa, l’amore, debordanti, i dolori, l’odio, l’addio, la perdita e il cordoglio, non alludono unicamente all’esperienza del corpo, esistono come pre-raffigurazioni della psiche fusa con il soma, rivelando l’insorgere dell’Anima.

L’etimologia della parola infans ricorda che l’essere inizia la propria esistenza senza sapere parlare, malgrado ciò il dialogo che si sviluppa tra il bambino e la madre è intensissimo:

oralità è un termine con ampie implicazioni, che comprendono anche ogni processo fisiologico e psicologico che dà colore, tono e significato emotivo alle primissime interazioni tra il neonato e chi si prende cura di lui. Oralità significa dialogo di un neonato attraverso l’olfatto, il tatto, il gusto, l’udito e il moto con il partner, ogni gesto dal quale veicola il linguaggio dell’amore.’

*-mu, *-bha.

Dagli albori delle lingue indoeuropee, queste due diverse radici indicano diversi stili di discorso: “Da *mu (stare a bocca chiusa, mugolare) deriva mistero, da *bha (bocca aperta, parlare), favola“.(2)

L’infans vive completamente immerso nelle percezioni sensoriali, fuso con l’ambiente circostante, esposto all’aperto. Il dialogo implica un processo trasformativo continuativo che si esplica attraverso l’intera estetica materna delle

cure: attenzione, amore, sensibilità, toni della voce, intensità della luce, modulazione dei suoni, il calore; il bambino trova le forme dove viene facilitato apprendendo “la grammatica dell’essere prima di capire le regole del linguaggio”.3

A quel dialogo originario appartiene un’estetica’ (4) unica e indicibile, una bellezza che rimarrà impressa per sempre. Su quel dialogo reciproco, iniziale, si fonda la possibilità di ogni futuro dialogo e comunicare umano, a quel dialogo originario l’essere deve la comprensione estetica del mondo.

“…il momento estetico fa parte del conosciuto non pensato… L’essere con, come forma di dialogo, permetteva al bambino un’elaborazione adeguata all’esistenza prima di possedere la capacità di elaborarla con il pensiero.

L’idioma di cura della madre e l’esperienza del bambino di questa cura è fra le prime, se non la prima, estetica umana in assoluto.”(5)

Nelle rappresentazioni artistiche il silenzio non è una forma espressiva fortuita ma un volo sapiente che moltiplica e amplifica i significati: l’artista utilizza l’esperienza dell’estetica originaria.

Se il silenzio esprime una propria estetica che risente dell’estetica originaria, del dialogo originario e dell’ambiente materno, in ogni forma di silenzio è rintracciabile uno stile estetico che può essere ascoltato, conosciuto; nondimeno, ogni sospensione che nell’attesa del discorso terapeutico va assumendo una forma, risente di quell’estetica, ripercuotendosi sull’essere e sulla presenza, dunque sul linguaggio di entrambi gli interlocutori.

L’interruzione

Eppure nella figura del dialogo, il silenzio può darsi come lacuna che spalanca le parole sul precipizio delle radici.

Nessuna parola: la voce umana che tace… Come far risuonare quella cavità?

Nelle forme estreme della sofferenza umana, nelle esperienze traumatiche, il silenzio è la parola mancante, l’assenza di un testimone e della rappresentazione:

“Quegli aspetti del corpo e del suo funzionamento mentale che non raggiungono la rappresentazione psichica non esistono per noi. E ciò vale anche per le emozioni. Gli affetti sono legami privilegiati tra il soma e la psiche; qualsiasi interruzione radicale di questi legami accresce non soltanto l’eventualità di una patologia caratteriale ma anche la vulnerabilità psicosomatica”(6)

Di fronte all’annichilimento della presenza umana il silenzio è ciò che rimane di un discorso impossibile, interrotto, oltre il dolore della perdita, quando il dialogo con l’altro non c’è mai stato non può continuare interiormente, irrompe il dominio della morte, l’annichilimento, altrimenti il dialogo interiore continua, anche con la morte, anche con la perdita dell’altro.

L’interruzione è per l’essere la morte precoce nella perdita catastrofica di parti dell’esperienza estetica e del dialogo originario: la distorsione della propria vita.

 

Sotto la forma della vela di Ulisse

Fra ammassi di stelle pendule su tutta la via.(7)

Il rapporto terapeutico pone di continuo di fronte al dilemma della rappresentabilità della sofferenza psichica. Le esperienze più dolorose inducono a riflettere sull’uso difensivo che facciamo del linguaggio psicanalitico, e infine, reclamano un linguaggio in cui le parole e i silenzi riescano a stare lì dove sembra emotivamente impossibile rimanere.

Lì reca anche tu, ora,

ciò che albeggiando vuol crescere insieme ai giorni: reca

la parola sorvolata dagli astri, sommersa dai mari.

A ciascuno la sua parola.

A ciascuno la parola che gli si fece canto, allorché la muta lo giunse alle spalle,

a ciascuno la parola che si fece canto e impietrì.(8)

 

Note

(1)L.J. Kaplan, Voci dal silenzio, Milano, Cortina, 1996, p.15.

(2) G. Agamben, Infanzia e storia, Torino, Einaudi, 1978, cit. in D. Gaita, Il pensiero del cuore, Milano, Bompiani, 1991, p.39.

(3)Vedi Bollas, L’ombra dell’oggetto, Roma, Boria, 1989, p. 45; vedi inoltre le stimolanti considerazioni della J. Mc Dougall, in Eros, Raffaello Cortina Ed., Milano, 1997, p. 172:

“molti di noi sono prigionieri, come Freud, del fascino delle parole”(… ) “In questo contesto, viene in mente la massima biblica “in principio era il verbo”. Forse questo atteggiamento reverente nei confronti del linguaggio è il portato di una religione paternalistica. In principio era la voce; ma prima della voce, nel mondo intrauterino, c’era già il suono, il pulsare ritmico, i primordi della musica. Lo stesso Freud riconosceva, con qualche riserva, di non riuscire a capire la musica, di essere insensibile al suo fascino. Chiaramente non poteva, o non voleva, permettere che un fenomeno tanto primario penetrasse nel profondo del suo cuore e della sua anima. È legittimo chiedersi a questo punto se Freud non abbia eretto una barriera fallica di parole, equiparando il linguaggio all’ordine paterno (come Lacan), per proteggersi dal canto delle sirene, del potere della madre primitiva. (corsivo mio). Qualunque risposta diamo a questa domanda, sappiamo tutti che una madre dà al bambino che stringe fra le sue braccia qualcosa che va al di là delle parole e delle frasi. Lo stesso timbro della sua voce è espressione del suo sé corporeo e delle sue emozioni. Le nostre parole sono capaci di accarezzare – ma anche, con la stessa prontezza, di ferire – un’altra persona. Il suono di una voce può scaldare il cuore o raggelarlo; può avere lo stesso effetto di ungesto o di un modo di guardare l’altro. All’interno della diade madre- bambino, “la voce materna avvolge il sé corporeo dell’infante, mentre lo sguardo – il mondo visivo – tende a creare una distanza dall’altro, al pari delle parole”.

(4 )dal greco aisthetikos, che concerne la percezione.

(5)C. Bollas, op.cit., pp.41-42

(6) J. Mc Dougall, op.cit., p.180

(7)W. Stevens, da “Presenza di un maestro esterno del conoscere”, in Il mondo come meditazione, Palermo, Acquario-Guanda, 1986, p.157; vedi anche pp.143-155.

(8) da “A rgumentum e silentio”, in P. Celan, Di soglia in soglia, Torino, Einaudi, 1966, pp.103-105.

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