MetroPolis

Nel Metrò Il viaggiare, l’attraversare, il percorrere, seguono direzioni circoscritte e padroneggiate, -un continuo Movimento, sì, ma in un breve o più lungo tragitto di viaggio e di tempo -, contemplano ‘punti d’arrivo’, ‘fermate ‘,’ transiti ‘,’ passaggi ‘.

Luogo consueto della quotidianità, il sottosuolo metropolitano accoglie così una speciale e sottile anomalia, dato che apre un  metaforico varco emozionale, una sospensione nel tempo cronologico, consegnando il soggetto allo spazio emotivo dell’Attesa.

Nella “fucina” sotterranea della Città (Polis),dove   il Tempo Incalza al ritmo degli arrivi e delle partenze, e non solo, al ritmo del traffico e delle destinazioni, e soprattutto del fine raggiunto o da raggiungere;  l’essere umano si dispone a meccanismo, ad automa; nel sottosuolo della Città, ecco che si articola e scandisce altro Tempo, dentro cui le figure di passaggio (L’uomo che marcia) sI trasformano in figure e in forme dell’Attesa (Attesa Uno) , (Attesa Due). Affiora, un fulgore di melanconia (Figura melanconica).

L’Attesa: una figura del Tempo “vissuto”, un’esperienza avverabile di spazio psichico, è attitudine interiore della Mente e del corpo che si articolano insieme; nelle posture, nelle espressioni dei volti, le figure mute si rappresentano anche in silenzio.

In questo silenzio che è  un vuoto, le figure si incontrano , nei disegni dell’Artista, sI guardano, avolte si scrutano, si evitano (Il posto vuoto), raramente comunicano, se non in coppie, -già istituite -? (Il padre e il figlio), (Due amiche). O Nel trio (Tre)?

Quasi sempre gli esseri,  creatura metropolitane,si chiudono, si sottraggono all’impatto dell ‘incontro forzato  con l’Altro; respingono il contatto, resistono all’Incontro della soggettività di un altro, privilegiano il vuoto: il sedile vuoto, il posto vuoto, la carrozza vuota, e anche al ‘vuoto’ volgono leloro spalle forti o fragili.

Eppure, esse, le creature metropolitane, non possono evitare l’esprimersi, anche qando si negano alla relazione, e chiudendosi nei loro corpi, chinano la testa, distolgono lo sguardo, chiudono gli occhi, li stropicciano, volgendoli da un’ altra parte.

E’ l’urgenza di saturare i sensi per collocarsi in un Altrove, immergendo il corpo, la Mente, nei suoni della musica o nelle voci dei cellulari. E’ l’affidarsi ad un mondo distante e virtuale (Tecnocrate), anche se una donna ( Ragazza che guarda) lo vede e lo sta guardando, interessata? Purtroppo Lei si trova … in un altro disegno …

Spesso dormono i passeggeri di ogni nazionalità e lingua, chissà se sognano e che cosa sognano? Anche da svegli i loro corpi stanno sognando. Eppure loro, non lo sanno di sognare, nelle loro postura figuranti nello spazio, d’accordo con propri “oggetti”: borse, scarpe, cellulari; i loro i gesti e i loro corpo tradiscono, a volte, trattengono a  malapena, segrete violenze, seduzioni, ammirazioni, dolori, amori, sbigottimenti. In ogni dove, la Mente, l’Inconscio, si  percepiscono parlare, per chi sa prestare loro ascolto.

Si sfiorano le vite umane racchiuse nelle singole storie, ché probabilmente non verranno mai viste ne’ narrate. Ché a volte viene meno il soggetto nel  sigillo della corazza corporea … posturale.

Ma l’Autore, -non letteralmente l’artista, bensi un volto sofferto, ritratto metaforico in cui l’artista sI ravvisa -, sceglie di diventare Narratore di queste vite mute in transito e transitorie, d ‘essere il Testimone di questi personaggi anonimi , parti di noi tutti che li guardiamo.

Le creature metropolitane troveranno la loro liberazione? Ovvero una via d’uscita? O almeno una momentanea catarsi? Un sollievo, nella risalita (Sulla scala mobile)?

In superficie la Città è poi effettivamente altra cosa? Apparentemente il mondo viene condiviso dalle creatura della Città, eppure le figure sono ombre, esistono in siluette oscure impregnare del mondo del sottosuolo. Ed ecco che l’artista imprime nel nero denso della grafite, sul buio della tenebra da cui tutti proveniamo e riemergiamo, i suoi tagli di Luce.

Scrive Maria Zambrano: “Nascere è un sacrificio alla luce?” …”Ed ogni volta che si nasce o rinasce, e nonostante il continuare a nascere di ogni giorno,  bisogna accettare quella ferita nell’essere, quella scissione  tra chi guarda e puo’ identificarsi con la cosa guardata e così continua a nascere, e l’altro, chi sente nell’oscurità e nel silenzio, tra la notte del senso, condannato a non nascere ora, a non nascere ancora. E bisogna Imparare a sopportarlo. Dopo la grande sofferenza, comincia a  nascere la speranza che anche il condannato per la luce ri-nasca in un’altra luce: che nasca una luce che lo faccia rinascere “. (Marìa Zambrano, “Adsum (1981)” in Sentimenti per un’autobiografia, Mimesis, 2012, p.26-27).

D.B.

Testo di presentazione  della mostra   “Metropolis”, “Disegni a Grafite”, di Fulvio Bucelli   Roma,  Via del Conservatorio 73, presso l’ “Associazione Vita Romana e Calambì”   Inaugurazione  giovedì 8 ottobre ore 19. Dall’ 8 ottobre-8 novembre 2014-

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